Dal 2005 ogni terzo giovedì di novembre, in tutto il mondo, si celebra la Giornata Mondiale della Filosofia istituita dall’Unesco nel 2002 con lo scopo di valorizzare e promuovere questa forma di pensiero che fa della ragione la stella polare in grado di illuminare e orientare il cammino teoretico e pratico dell’essere umano nel mondo.
Tra le motivazioni addotte nella Risoluzione n. 37 redatta nel corso della 33^ sessione della Conferenza Generale Unesco – quella che appunto stabilisce che a partire dal 2005 il terzo giovedì di novembre di ogni anno sarà proclamato come Giornata Mondiale della Filosofia – si legge che la Filosofia, fra l’altro, “può contribuire a una migliore comprensione del mondo e promuovere tolleranza e pace”. In tempi bui come quelli attuali – tempi in cui sono per lo più “passioni tristi” ad albergare nel cuore dell’uomo e feroci guerre ad infiammare gran parte del globo terrestre, tanto che la parola pace pare ormai ridotta a mero flatus vocis – il Dipartimento di Storia e Filosofia dell’IIS “L. Da vinci”, che negli scorsi anni ha onorato e celebrato la giornata mondiale della filosofia partecipando ad eventi organizzati da altre istituzioni, ha sentito il bisogno di farsi promotore esso stesso di un momento di riflessione filosofica “nel giorno della Filosofia”.
Il format scelto per l’occasione? Il più pop: quello del Caffè Filosofico. Il tema? Da brividi: la Metafisica! Con l’obiettivo socratico di dia-logare, tipico di ogni Caffè filosofico, il titolo dato all’evento ospitato giovedì 20 novembre 2025 nell’Aula Magna del Da Vinci – patrocinato dalla sezione di Ancona della Società filosofica Italiana e dall’Unitre di Civitanova Marche e aperto a tutta la cittadinanza – era non a caso una domanda, anzi la domanda che da secoli pro-voca la cultura occidentale: “Filosofia senza metafisica?”. Ad accendere la riflessione con una lectio sul tema è stato il Dirigente Scolastico dell’IIS “L. Da Vinci”, il dottor Francesco Giacchetta, fine teologo e brillante professore di Storia e Filosofia già prima della sua investitura burocratica; a moderare il Caffè è stata invece la valente professoressa Silvia Gaetani, membro del Direttivo della SFI sezione di Ancona, e, da anni, referente del Team dei docenti di Filosofia e Storia dell’Istituto.
La professoressa Gaetani, esemplare cerimoniera, prima di lasciare la parola al dottor Giacchetta, ha raccontato le origini del Caffè filosofico, oggi molto in voga, presentandone, per così dire, gli antecedenti più significativi – in primis Marc Sautet, che lo ha riportato in auge negli anni Novanta del Novecento e, prima di lui, naturalmente, i philosophes parigini che nel Settecento furono proprio gli ideatori del Café Philo – e poi è passata a illustrarne le regole! Si, perché il Caffè ha il grande merito di portare la Filosofia nell’agorà, dando a tutti la possibilità di filosofare, ma prescrive di farlo in modo ordinato e disciplinato. Il Caffè, in questo, si pone in perfetta sintonia con la Risoluzione n. 37 dell’Unesco, sopra citata, che fa della Filosofia uno strumento per costruire la pace a partire dal rispetto dell’altro dialogante. Dunque: 1) Si prende la parola uno per volta; 2) Parlare è un diritto; 3) Ascoltare è un obbligo; 3) Fare interventi brevi per consentire a tutti di prendere la parola; 4) È consentito portare esperienze personali sul tema.
Spiegate le regole del Caffè, la professoressa Gaetani cede la parola al dottor Giacchetta il quale, dando saggio di quella capacità di sintesi che solo chi tanto sa possiede, nello spazio di un’ora e poco più racconta la storia, tanto gloriosa quanto travagliata, di quella che Aristotele presentava come “la più divina e la più degna di onore” fra tutte le scienze e che, secoli dopo, in pieno Illuminismo, I. Kant avrebbe definito una matrona “ripudiata e abbandonata, come Ecuba”. Rimandando il lettore che avrà piacere di vedere il video integrale dell’evento sul canale YouTube del “Da Vinci”, qui di seguito, con rapide pennellate, chi scrive cercherà di offrire una breve sintesi dell’intervento di Francesco Giacchetta.
Il relatore esordisce svelando subito la sua personale posizione rispetto al quesito oggetto del Caffè riassumibile nel motto “Filosofia con metafisica”: se così non fosse, infatti, il discorso razionale sarebbe solo quello della Scienza e la Filosofia non avrebbe più spazio o, peggio ancora, ragion d’essere. Detto ciò, Giacchetta dà il via al suo percorso argomentativo che si dipana in quattro tappe che intrecciano sapientemente, per dirlo con Hegel, le più grandi produzioni dello spirito umano e cioè Arte, Storia e Filosofia. La prima tappa è quella che presenta anche agli eventuali “non addetti ai lavori” presenti in aula la metafisica. Secondo alcuni, metafisica è vocabolo di carattere solo editoriale in quanto Andronico di Rodi riordinando gli appunti di Aristotele avrebbe posto gli scritti di metafisica dopo quelli di fisica; per altri – i più – il termine va inteso in un’accezione molto più sostanziale giacché il termine metafisica indicherebbe ciò che sta oltre il mondo fisico diventando così sinonimo di trascendenza, indicando, più precisamente, alcuni oggetti specifici non esperibili come Dio, l’anima e il mondo inteso nella sua interezza. La metafisica, prosegue Giacchetta, ha preteso fin da subito di essere anche un discorso razionale: il logos di cui essa si serve vuole infatti, come suggerisce l’etimologia greca del verbo da cui deriva, legare pensieri e parole tramite una legge, un principio, una archè, per esprimerlo con i Presocratici. La pretesa, molto ambiziosa, è quella di arrivare a conoscere il fondamento che sta sotto le cose e che le regge, ossia il principio di tutto. L’Iperuranio platonico e il Motore immobile aristotelico ne sono i più iconici e celebri esempi.
Come messo in evidenza dal grande Enrico Berti – richiamato da Giacchetta – esistono tanti tipi di metafisica, non solo, quindi, le metafisiche trascendentistiche ma pure quelle che, avendo abbandonato il concetto di trascendente, vengono definite immanentistiche come ad esempio quella di G. Bruno. Alla base di tutte c’è comunque il comune tentativo di superare i limiti della fisica, di affacciarsi – come il fanciullo del dipinto trompe-l’oeil Fuga dalla critica di Pere Borrel del Caso – oltre il limite del visibile. Uscire dal limite, superarlo: è questa la fatica erculea a cui si sottopone il pensare umano, come si evince bene dalla tensione muscolare del pensatore di Rodin in cui perfino l’alluce – fa notare Giacchetta – indica plasticamente lo sforzo prometeico della speculazione filosofica. Ora, proprio questo obiettivo, dice Giacchetta passando alla seconda tappa del suo discorso, è stato il bersaglio delle tante critiche rivolte alla metafisica nel corso dei secoli: quella del Positivismo; quella formulata da I. Kant; ed infine, la più corrosiva di tutte, quella di F. Nietzsche il quale, mettendo in bocca a Zarathustra il suo accorato appello a “rimanere fedeli alla terra”, cassa senza appello il mondo ultra-terreno verso cui la metafisica tende squalificando quello terreno considerato arlecchino e farlocco.
Nonostante tutte queste critiche però, fa notare Giacchetta, la metafisica è sopravvissuta a tutti gli assalti ricevuti e per più di una ragione: perché all’indomani della rivoluzione scientifica ci si è resi conto che anche il pensiero scientifico è limitato; perché i filosofi credenti hanno continuato a cercare una base razionale, un logos, che potesse giustificare la loro fede; perché l’etica ha continuato ad aver bisogno della metafisica per fondare l’azione buona; perché – e questa è la ragione fondamentale per Giacchetta – la necessità di trovare un senso, un significato, è così radicata nell’essere umano da rendere inestirpabile l’istinto metafisico dell’umano.
Giacchetta, a questo punto, con una sorta di colpo di scena, rilancia il discorso sulla contestazione della metafisica aggiungendo una quarta critica alla metafisica che, precisa, ha intenzionalmente lasciato alla fine perché è da essa che, a suo avviso, si può comprendere la ri-nascita di un’altra possibile metafisica. Questa ultima critica è quella rivolta alla metafisica dal cosiddetto Post-moderno. Per comprenderla, di conseguenza, occorre capire cosa sia il Post-moderno e, prima ancora, accordarsi su cosa sia il moderno. Quest’ultimo, dice Giacchetta, non è altro che l’esperienza di una frammentazione – politica, religiosa, gnoseologica, geografica – a cui sono seguiti enormi tentativi di riunificazione con la creazione di ideologie che hanno cercato, per l’appunto, di riunire ciò che nel moderno si era frantumato. Tutte queste ideologie – l’Illuminismo, lo Scientismo, il Liberismo, il Comunismo, il Razionalismo hegeliano – sono state tutte puntualmente smentite dalla Storia e, dopo che la loro promessa di riunificazione è miseramente fallita, è rimasta solo l’esperienza della frammentazione che il Post-moderno ha elevato a suo “cavallo di battaglia” e “santificato”. Per il Post-moderno, infatti, il frammento è ciò che conta, come si evince dalle opere di M.C. Escher, e, in nome di questo imperativo, esso ha demonizzando ogni altro possibile ulteriore tentativo di unificazione in quanto l’unificazione implica violenza tout court. Il Post moderno guarda con spavento il logos forte, difende il pensiero debole e, secondo Giacchetta, muove la critica di fatto più efficace contro la metafisica che si può così sintetizzare: la filosofia metafisica, che tenta continuamente di operare la reductio ad unum della molteplicità del reale, è sostanzialmente violenta. Facendo sue le parole di Guglielmo di Baskerville, il protagonista del capolavoro narrativo di U. Eco Il nome della rosa, Giacchetta mette in guardia dalla Verità che: “è sempre pericolosa”. Anche lui non si riconosce in questo tipo di metafisica e svela che quando all’inizio della sua dissertazione confessava le sue simpatie per la metafisica, non faceva di certo riferimento alla metafisica classica della reductio ad unum. La metafisica in cui lui si ritrova, quella a cui la filosofia non può rinunciare è piuttosto quella che affonda le sue radici nell’ Itinerarium mentis in Deum di San Bonaventura da Bagnoregio il quale scrive a chiare lettere che l’ultimo nome di Dio non è Essere – questo è solo uno dei tanti – ma piuttosto Bene.
Parlare del Bene anziché dell’Essere cambia radicalmente la prospettiva poiché introduce la libertà al posto della necessità, il discreto al posto del pieno e la relazione con l’altro diventa la vera chiave di volta della metafisica. A questo punto Giacchetta, con il rigore del filosofo, si chiede come sia possibile fare una Metafisica del Bene e per rispondere si affida a I. Levinas, il pensatore che nel Novecento ha per così dire idealmente preso il testimone di San Bonaventura. Anche qui il relatore introduce la sua riflessione con un dipinto, questa volta un dittico di H. Memling, che mostra per spiegare come una Metafisica del Bene debba avere occhi affinati in grado di cogliere nell’essere quello scompiglio che come scrive Levinas, l’ideatore del concetto, è “ciò che sconvolge l’ordine senza turbarlo seriamente” e conduce al di là dell’essere in direzione del Bene. Ecco dunque la risposta di F. Giacchetta alla domanda/titolo del primo Cafè Philo del “Da Vinci”: “Filosofia con Metafisica del Bene”. È questa la sola metafisica che può e deve continuare a vivere perché è l’unica in grado di dischiudere scenari di senso nell’ epoca della frammentazione post-moderna.
Dopo aver gettato scompiglio nell’uditorio, “senza turbarlo seriamente” ma solo quel tanto che serviva per accendere la discussione, Francesco Giacchetta apre il dibattito. Gli interventi non tardano ad arrivare e permettono al relatore di chiarire ulteriormente i tratti di fondo di una Metafisica del Bene che pur non rinunciando mai al logos prende sul serio i suoi limiti e auto-limitandosi rinuncia essa stessa alla violenza e promuove quella pace di cui oggi c’è tanto bisogno!
Lara Bevilacqua
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