Filosofia e Neuroscienze in dialogo al Da Vinci

Relatore prof. Michele Paolini Paoletti

Personale scolastico

Lunedi 16 febbraio, nell’ambito di un ciclo di seminari rivolto alle classi quinte dell’Istituto, organizzato dal Dipartimento di Filosofia e Storia, il professor Michele Paolini Paoletti dell’Università degli Studi di Macerata è stato protagonista di una lectio intitolata “La coscienza è nel cervello?”. Il rapporto mente/cervello è un tema oggi molto dibattuto, oltre che estremamente interessante, e tutti i docenti del Dipartimento hanno accolto di buon grado la proposta della professoressa Silvia Gaetani – coordinatrice del gruppo – di invitare Paolini Paoletti a parlarne con studentesse e studenti ormai prossimi all’Esame di Stato.

Il docente all’inizio della sua lectio ha spiegato ai ragazzi che la questione del rapporto coscienza/cervello, oggetto del suo intervento, altro non è che l’ennesima riproposizione della vexata quaestio del rapporto fra anima e corpo che attraversa tutta la storia della filosofia occidentale: introdotta dai filosofi dell’Età antica, è stata ereditata dall’Età moderna ed è tornata ad imporsi, nel Novecento, come Mind/Body problem. Al di là dei termini usati per indicarlo, il problema – che ha molti risvolti pratici – è ancora aperto, anzi, oggi è forse più scottante che mai, in quanto, come ha fatto notare Paolini Paoletti, siamo chiamati a tener conto che ci sono entità, molto diverse dall’umano, che potrebbero diventare coscienti. I chat bot, ad esempio (Chat gpt e simili, per intenderci), al momento non hanno ancora una coscienza ma non è escluso che, in futuro, l’uomo possa arrivare a sviluppare modelli di AI dotati di coscienza, anche se privi di un cervello biologico. Inoltre – aggiunge il professore – sulla base di che cosa si può dire che certi animali abbiano una qualche forma di coscienza? Quali diritti acquisirebbero nel caso in cui si dimostrasse che essi ne avessero una? E ancora: come si fa a stabilire, sulla base della sola attività cerebrale, se un essere umano in coma abbia ancora coscienza? Dopo aver introdotto la problematicità del tema, mostrando come esso non sia affatto solo “una questione da filosofi”, Paolini Paoletti ha presentato le tappe teoriche del suo intervento: la prima dedicata a presentare i vari modi in cui si può parlare di coscienza; la seconda incentrata sui cosiddetti correlati neurali di coscienza, ossia quegli stati o processi neurali del cervello associati alla coscienza, la terza e ultima volta a presentare tre teorie sugli stati neurali di coscienza, allo stato attuale molto in voga, per valutarne criticamente i limiti. Qui di seguito un breve resoconto degli snodi concettuali più significativi del workshop pomeridiano tenutosi al Da Vinci.

Quando si parla di coscienza ha spiegato il professore, è innanzitutto fondamentale acquisire contezza di tutte le accezioni del termine. In primis c’è la coscienza creaturale. La coscienza qui è intesa come proprietà di creature – entità – che esistono. In questo ambito, attribuire coscienza a qualcuno o a qualcosa può significare cose molto diverse: che qualcuno o qualcosa sia o meno sveglio, ossia in allerta e non dormiente;  che qualcuno o qualcosa abbia la capacità di percepire gli stimoli dell’ambiente esterno; che qualcuno o qualcosa sia auto-cosciente, vale a dire abbia consapevolezza dei propri stati mentali; che qualcuno abbia coscienza fenomenica, espressione questa con cui si indica la capacità di fare esperienza del mondo da un certo punto di vista; che qualcuno o qualcosa abbia coscienza narrativa, sia cioè capace di svolgere una narrazione unitaria di molteplici episodi che si svolgono nel tempo su sé stesso. Vi è poi la coscienza di stato ossia la proprietà di essere cosciente di un certo stato mentale anche se, dopo Freud, è risaputo che non tutto ciò che riguarda la nostra mente è disponibile alla coscienza.

Ma cosa c’è nel cervello che rende possibili tutti questi tipi di coscienza? E soprattutto come è possibile studiare gli stati di coscienza nel cervello? Le neuroscienze, per indagare il nesso cervello/coscienza, da anni cercano di studiare i correlati neurali di coscienza ossia le aree neurali e i processi/stati neurali correlati in modo sufficientemente forte alla coscienza. Questo tipo di ricerca è ristretto agli esseri umani e dato che – ha detto, scherzando, il professore – non si può aprire il cervello di una persona mentre sta funzionando, lo studio dei correlati neurali può avvenire solo indirettamente attraverso procedimenti come la risonanza magnetica funzionale, l’elettroencefalogramma, la PET, la TMS (Stimolazione magnetica transcranica), la PMT, ossia una serie di tecniche che purtroppo presentano limiti di tipo spaziale, temporale e oggettuale. Al di là di questi vincoli, che si potrebbero, nel complesso, definire di natura metodologica, vi è, a monte, quello, ben più sostanziale, relativo al nesso tra i correlati neurali e gli stati di coscienza. Per l’eliminativismo, ad esempio, non esistono stati di coscienza ma solo correlati neurali; per l’identitarismo, al contrario, stati di coscienza e correlati neurali sono identici; per il fondazionalismo, invece, le caratteristiche degli stati di coscienza sono spiegabili “in tutto” o “in parte” a partire dai correlati neurali. In chiusura la lectio di Paolini Paoletti – molto articolata e complessa e, dato il tema non poteva essere altrimenti! – ha elencato i rischi della “cattiva riflessione filosofica” che si occupa della coscienza, soprattutto di quella fenomenica che, a suo avviso, rimane ad oggi il più grande mistero. Eccoli, dunque, questi possibili rischi: tralasciare di prendere in considerazione la distinzione tra i diversi tipi di coscienza e i vari stati di coscienza sopra richiamati; non riflettere, di conseguenza, in modo adeguato sulle implicazioni che tali distinzioni implicano per lo studio dei correlati neurali, sottraendosi con ciò al compito di spiegare il ruolo dei correlati neurali negli stati di coscienza; e, infine, non tenere in debita considerazione il fatto che individuare certi correlati neurali non conduca necessariamente ad accettare soluzioni di un certo tipo. D’altra parte, anche le visioni eccessivamente riduzioniste di certe Neuroscienze, persuase di poter fare a meno della coscienza fenomenica solo perché di essa non si hanno evidenze, non rendono giustizia alla complessità della coscienza che (forse) dal cervello non può essere disgiunta ma che, parimenti, (forse) non può essere neppure del tutto spiegata con il cervello.

[Lara Bevilacqua]

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